Amanda e l’(in)giustizia italiana
La stampa americana ha osservato con stupore misto a preoccupazione che il processo contro Amanda Knox e Raffaele Sollecito contiene molti degli elementi che concorrono a rendere la giustizia italiana una giustizia ingiusta. Agli occhi di osservatori stranieri, Amanda Knox appare, più che l’imputata di un reato che deve essere provato, un ostaggio intrappolato in una procedura kafkiana, della quale non si capiscono regole e logica ma solo l’assetto persecutorio. Leggi Amanda e Raffaele sono liberi, e ora finalmente l’insopportabile talk show può terminare di Annalena
7 AGO 20

L’affollamento di indizi ha un effetto suggestivo, costruisce una sorta di cortina fumogena per nascondere l’inesistenza delle prove vere e proprie, o suffragarne la debolezza. E’ salutare – al di là della “verità” forse irraggiungibile sul caso di Perugia – che la stampa e gli osservatori internazionali abbiano l’occasione di guardare dentro al sistema giudiziario italiano, e mettere in luce come le sentenze e le convinzioni dei giudici siano sovente e pesantemente influenzate da pressioni mediatiche, che spesso l’accusa sollecita con il suo metodo “quantitativo”.
Invece l’unico strumento valido dovrebbe essere la dimostrazione, al di là di ogni ragionevole dubbio, dell’attendibilità e della congruenza delle prove. Solo in questo modo si crea una convinzione basata sulla ragione e non sulle sensazioni o, ciò che sarebbe peggio, su un possibile pregiudizio indotto. L’impressione che all’estero si è creata, a partire dal caso Knox-Sollecito, è però che in Italia gli indagati vengano trasformati in accusati in assenza di prove certe, e che poi si surroghi con l’affollamento confuso di indizi non probanti alla mancanza di certezza. E’ lecito domandarsi come possa una giustizia incapace di convincere della limpidezza e razionalità delle sue procedure – e un sistema giudiziario visto con tanto sospetto da osservatori terzi – arrogarsi il potere di scardinare governi legittimamente eletti.